Le due facce dell’orco

Le due facce dell’orco

Vi ricordate Dr. Jekyll and Mr. Hide nel romanzo di Robert Louis Stevenson? Ebbene questa è la sua storia. “Henry Jekyll è un brillante medico che nel corso dei suoi studi sulla psiche umana riesce a mettere a punto, miscelando particolari droghe, una pozione che può separare le due nature dell’animo umano, quella buona e quella malvagia. La sua personalità viene così scissa in due metà speculari che, alternativamente, bevendo la pozione o l’antidoto, prendono possesso del suo corpo, trasfigurandone anche l’aspetto. Ognuna di esse ha il ricordo di avere una controparte che disprezza, ma non può fare a meno di ritrasformarvisi. La controparte malvagia di Jekyll prende il nome di Edward Hyde (‘Hide’ in inglese vuol dire nascosto, dunque il cognome è frutto di un gioco di parole), un essere ripugnante, malvagio ma agile e forte fisicamente, che si dedica ad ogni sorta di nefandezze, venendo perciò braccato dalla polizia…

 

Il Dr. Jekyll, che nel frattempo ha perso la sua naturale e normale forza e aggressività o risolutezza, divenendo molto più mite, una volta ritrasformato non riesce a sottrarsi al desiderio di Hyde di vivere ed è così obbligato, per non essere catturato, ad ordinare al suo domestico di obbedire ad Hyde (che così si nasconde nella casa del suo alter ego) come a se stesso. Sfortunatamente la parte malvagia prende sempre più il sopravvento ed alla fine il Dr. Jekyll muore, rimanendo intrappolato dentro Hyde senza poterne più uscire, mentre egli si suicida con il veleno per evitare la cattura da parte della polizia.”

Perché scriviamo oggi di questo? Non è l’oggi, ieri, la giornata mondiale contro la violenza sulle donne; lo scriviamo, lo riscriviamo, per cercare di spiegarlo e fissarlo nelle nostre menti…è il domani, il nostro futuro, di noi donne e delle nostre giovani figlie. Scriviamolo.

Sentiamo parlare di “femminicidio”, di “stolking”, sono cose che non si pensa possano accadere anche vicino a noi o a noi stesse.

Non si fa ovviamente di tutta un’erba un fascio, ma ci sono delle situazioni patologiche che, se riconosciute, possono proteggere la donna da quel maledetto Mr. Hyde!

C’è un toccante libro a fumetti da leggere: “Le pantofole dell’orco” di Rosalind Penfold.  E’ il diario di una donna intelligente che finisce tra le “zampe” di un orco travestito da uomo innamorato. Per dieci anni Rosalind ha convissuto con un uomo che, dopo l’idillio iniziale si è rivelato violento, bugiardo, crudele, traditore e alcolista. E’ la storia di troppe donne, di una relazione imprigionata in una escalation di abusi ed umiliazioni, noscosta dietro la parola amore.

Ci sono degli uomini, genere maschile, che sfogano le proprie repressioni, ansie, inferiorità, malizie, rabbie, pregiudizi, sulle donne a loro vicine, attratti da uno psicopatico desiderio di infangarle, di insozzarle, di annullare la bellezza del concetto di essere donna, tutto ciò che la donna rappresenta.

Qui non vogliamo di certo analizzare il perchè del loro squilibrio. Vogliamo creare consapevolezza.

Il Senato della Repubblica ha varato recentemente un timido decreto legge contro il femminicidio e la violenza sulle donne, di cui i punti chiave sono: prevenire la violenza di genere, proteggere le vittime e punire severamente i colpevoli. Ma come si fa a fare un totale cambiamento culturale, che riguarda tutto il mondo indiscriminatamente…anzi…”discriminatamente” dato il contesto uomini vs donne??
Siamo noi stesse che dobbiamo prendere consapevolezza, coraggio e uscire dal guscio della vergogna, della paura.

La violenza sulle donne riguarda tutti i livelli: sociali, culturali, razziali, precise sfere ed è un circolo vizioso. Prende corpo con diversi sintomi, però, attenzione: non tutto è sintomo! La donna tende ad essere materna, crocerossina, a difendere, salvaguardare: i figli, i genitori, l’immagine, la pseudo dignità…e salva l’uomo carnefice, tende a dare significato ad ogni atteggiamento errato, ad analizzarlo proteggendolo…a costo della propria vita. La donna crede di essere coraggiosa affrontando la violenza, crede di poterle far fronte e tenere a bada, crede di poter cambiare il proprio carnefice, si sente forte nel poterlo sfidare addirittura, gli concede l’ultima opportunità per migliorare…ma questo spesso migliora solo la propria tecnica, rinnova solo il proprio rito. Invece è già tardi al secondo sintomo. E così, volendo “proprio proprio ” essere altruiste, crocerossine, amabili, non si fa certo nemmeno il bene di “quel vigliacco”.

Dicevamo che lo schema della violenza è ciclico. Il violento pone sul piatto d’argento la propria vittima. Ne prepara, con arte, un succulento piatto sacrificale, per onorare la propria potenza. Circuisce la propria preda con un preciso ballo sacrificale, alterna gentilezza e “rozzezza”, parola “cacofonica” ma opportuna, strisciandole poi vicino in modo da renderla impaurita ma inerme, finché la preda quasi si fida dello stesso carnefice, accetta il suo malefico bacio sulla fronte, il suo abbraccio, credendo che con l’inerzia possa placare la sua famelica aggressività…La paura crea due effetti contrari: o si soccombe o si agisce per far finire quella tortura in tempo.

Dovremmo cercare di capire a livello antropologico, psicologico, sociologico, il motivo per cui la donna troppo spesso rimane legata al carnefice. La donna inconsapevolmente, per qualche troppo primitivo legame, concepisce normale la clava…fintantoché prende una botta troppo forte: una volta, due…diventano anni…si consuma la vita, si perde il focus di tutto, dietro a Mr. Hyde cieco del proprio capriccio, della propria pazzia senza limiti. Risultato: o muore tagliata e servita su quel piatto o si risveglia finalmente dall’insano torpore e scappa!

La soluzione è capire, agire, volere uscirne, voler farsi aiutare, confrontarsi, parlarne, denunciare…senza paura! E’ questione di sopravvivenza, di amor proprio, dignità, di autostima.



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